01/05/2010
Un po' con l'arte vera, un po' con l'altra
E notate, se mai ci fu tempo di vincere, era questo di certo. I
francesi, che, un po' con l'arte vera, un po' con l'altra
dell'_affichage_, del _bavardage_ e del _colportage_ giornalistico,
hanno ottenuto il primato nella pittura e possono vantarsene da per sè
nella lingua più intesa del mondo e nel mercato per tante ragioni più
frequentato d'Europa, i francesi, dico, sono nella pittura ciò che
molti dei nostri sono diventati nella scoltura, dei _faiseurs
agréables_. Vuoi per una trentina d'anni in cui la _Bohème_ artistica
ha spadronato a sua posta, uccidendo coll'arma del ridicolo i
classici, vuoi perchè gli Ingres, i Delacroix, i Delaroche, non
nascono tutti i giorni, vuoi perchè si fanno volentieri i quadretti
quando c'è' un mercante di tele che li compra per rivenderli ai
piccoli salotti borghesi, come si fanno volentieri gli articoli
spiritosi di giornale quando il gusto del pubblico ha sostituito
all'opera pensata i quattro segni quotidiani in punta di penna, il
fatto sta ed è che l'arte francese si trova al lumicino. Hanno qui un
famoso pittore che travia tutti gli altri con l'amore e con la scienza
del piccolo. Non c'è che dire, _c'est un grand petit peintre_. Dei
corazzieri lunghi un dito mignolo, un filosofino, un sergentino, un
piccolo posto di guardia, una vedetta da guardarsi col microscopio,
ecco le tele del signor Meissonier. Son belle, non lo nego; stanno
così bene in un salotto, sopra la spalliera del canapè! Cinquanta
centimetri di lunghezza, cinquantamila lire di prezzo, è roba
regalata. Dunque, tutti Meissonier; così vuole la moda. Chi non può
avere Meissonier, si contenta d'un imitatore fortunato.
Anche il ritratto è in onore e trattato per benino. Cabanel, Carolus
Durand, lo stesso Meissonier, lo hanno elevato a dignità di quadro. Ed
è naturale che sia così. Come ritratto, si preferisce una bella
fotografia del Disdori, o di Numa Blanc, ambedue fotografi sul
_boulevard des Italiens_, e degni di questo centro dell'universo.
Dunque, il ritratto a olio deve ricattarsi sugli accessorii, per
vivere, e Tiziano Vecellio, Paris Bordene, i grandi ritrattisti del
volto, Antonio Vandick, il gran ritrattista del volto e delle mani,
possono andarsi a riporre. Per ciò vediamo Alessandro Dumas figlio
collocato là dove meno si sarebbe immaginato, in una libreria.
Capisco, il Meissonier lo avrà posto in mezzo alle sue commedie e a'
suoi romanzi, rilegati alla foggia dei libri vecchi, _en reliures
d'amateur_, come si chiamano qui. Ma tuttavia, Alessandro Dumas
figlio, rappresentato in una libreria, lui che ha sempre studiato nel
mondo, anzi nel mezzo mondo, _allons donc!_
Quanto ai ritratti di donna, la pittura ad olio si spiega anche più
facilmente. La fotografia non rende l'impasto della carne, e un abito
scollacciato vuole la sua mostra di carne. Sappiate impastare le
carni, dunque. Ci sono qui molti pittori che fanno assai bene le
carni, specie le carni che hanno ricevuta la debita impiastricciatura
di _cold cream_. Per contro, non ce ne sono due che sappiano fare il
nudo. La grazia confonde la bellezza e per conseguenza anche la
verità. Per amore della grazia, qui si dipingono le Veneri e le Ninfe
con un fianco che sporge e l'altro che rientra; Veneri sciancate, a
cui Paride non darebbe neanche una fetta del suo pomo. Ninfe zoppe,
che nessun Fauno s'attenterebbe d'inseguire, per tema di vederle
cadere troppo presto.
Si notano anche le grandi composizioni; e un amico della verità non
deve passare sotto silenzio la Salomè, la Sfinge, la Vestale, il Papa
Formoso, il Carnefice moresco, l'eccidio di Corinto, l'Entrata di
Maometto II in Costantinopoli. Hanno tutte la loro parte di buono, ma
il quadro che vi trattenga e vi comandi l'ammirazione non c'è. I più
ragguardevoli non sono quasi altro che effetti di colore; piacevoli o
no, legittimi o meno, ma effetti di colore. Questa è la malattia degli
artisti moderni in Francia, e la si vede anche meglio nei quadri di
paese, dove la figura è secondaria e non richiede ombra di disegno, o
manca affatto per deliberato proposito dell'artista che rammenta la
massima di Teofilo Gautier: «_l'homme! ça gâte le paysage_». Si dicono
veristi, ma in questi loro paesi, in queste loro marine, il vero non
c'è; solamente l'effetto del vero, a chi si contenti di guardare in
distanza, se è miope. I presbiti soli possono accostarsi; anzi la cosa
è espressamente raccomandata.
Il buono c'è, lo ripeto, e mi pare di averlo anche detto in principio;
ma poichè l'ottimo è sparito, era questo per l'Italia il tempo di
farne lei, presentando cinque o sei quadri, largamente concepiti,
magistralmente eseguiti, come sanno fare certuni. Che cosa, infatti,
non avremmo potuto sperare se ci fosse stato all'esposizione di Parigi
bravamente condotto a olio, il _Galileo davanti al Sant'Uffizio_,
composizione del Barabino, che si ammira a Genova, condotta a fresco,
nella palazzina Celesia? un'altra _Cacciata del duca d'Atene_, opera
dell'Ussi, che merita da per sè sola il viaggio di Firenze? o un altro
_Barbarigo_, come quello che il Giannetti ha dipinto a Venezia, per la
fondazione Querini Stampalia? _J'en passe et des meilleurs_, come dico
Don Ruy Gomez de Silva.
Come va questa faccenda che nessuno, o quasi, dei nostri grandi
pittori di storia ha esposto nulla? Le colpe del governo le ho dette,
e senza riguardi; ma ci sono anche le colpe degli artisti sullodati, e
mostrerei di aver due pesi e due misure, se non calcassi anche su
queste dopo averle accennate di volo nella lettera precedente. Quando
si ha un nome nell'arte bisogna essere presenti a tutte le gare, a
tutte le battaglie, se non a tutte le feste dell'arte. Non ci sono
scuse che tengano; l'Italia non incorona i suoi migliori, perchè essi
nelle occasioni solenni se ne rimangano a casa, o si coprano coi
pretesti del tempo, che è loro mancato. _Noblesse oblige_. Però Enrico
IV poteva scrivere al duca di Crillon, dopo una giornata campale:
«_pends-toi, brave Crillon: on s'est battu et tu n'y étais pas_». Ma
allora il Bearnese aveva vinto, e il rimprovero poteva farsi per
celia; qui siamo nel caso contrario, ed io non fo celia, appioppo un
rimprovero.
È stata indolenza? è stata paura? A buon conto, i pochi buoni che
hanno mandato anche poco, e non del loro meglio, non isfigurano qui.
Si guardano con piacere il _Ripudio di Giuseppina_ del Pagliano e la
_Ragione di Stato_ del Didioni, una medesima scena colta felicemente
da due artisti in due momenti diversi. Sempre uguale alla sua fama
l'Induno, di cui si osserva l'_Italia_ nel 1866, bella composizione
fra il soldatesco e il campestre, già veduta e degnamente encomiata
fra noi. È ammirato il Pasini colle sue scene di Costantinopoli e il
Vertunni con le sue Piramidi, la sua Sfinge nel deserto e le sue
Paludi pontine. Non cito il Michetti, pittore che mi dicono di vaglia,
ma di cui non vedo che un quadro, la _Primavera_, trasparentissimo di
colore, ma troppo bizzarro nel suo concetto allegorico. Lascio il De
Nittis che meriterebbe gran lode per le sue brume londinesi e pel suo
_Ritorno dal bosco di Boulogne_, ma che vive da lunga pezza a Parigi e
a Londra, e non mi pare di scuola italiana. Il _Petit Journal_, in una
sua esecuzione sommaria di tutti i pittori italiani, non manda salvi
che il Pasini e il De Nittis, gabellandoli quasi per artisti francesi,
smarriti, a quanto pare, nella sezione italiana.
Quanto al Pasini, mi pare che l'Aristarco francese abbia torto. Il
Pasini sarà stato lungamente a Parigi, com'egli afferma; cionondimeno
si è conservato un artista italiano. Quanto al De Nittis, non c'è che
dire, l'Aristarco francese ha ragione. E ripeterò con lui, quantunque
di mala voglia, che le tele del De Nittis rialzano un pochettino
l'esposizione italiana, non già la scuola italiana, «_car il est trop
visible que l'Italie, qui a compté successivement tant d'écoles
immortelles, n'en a plus une seule aujourd'hui_». E dedico queste
linee, che non mi dà l'animo di voltare in lingua nostra, a quei
valenti infingardi, che non si sono fatti vivi per l'onore dell'arte
nazionale.
Grazie alla loro mancanza, l'Italia è stata sconfitta. Da chi? _Vatt'a
pesca chi t'ha dato_, sarebbe il caso di ripetere con un sonetto del
Belli. Per me, credo che da tutti potevamo lasciarci battere, fuorchè
dagli austriaci. E quando si pensa che tutto ciò è avvenuto per un
pittore, per un solo pittore di più che hanno mostrato loro, e per uno
di meno che abbiamo mostrato noi, si corre involontariamente col
pensiero a Lissa e a Custoza. In fondo in fondo, è sempre andata così,
tra paese e paese. Date ad una nazione due uomini, uno che sappia
provvedere, ordinare, preparare, un altro che abbia molta fede in sè,
e ne ispiri ne' suoi soldati altrettanta, ed una guerra è vinta, dieci
o vent'anni di primato si ottengono. Il mondo, che giudica ogni cosa
dall'esito, si contenta di queste prove fortunate; donde la
conseguenza che un paese ha mestieri di questi uomini, e guai a lui
quando questi uomini non ci sono, o si nascondono.
Si consolino intanto i veristi d'_à peu près_. Nel paese che più
d'ogni altro deve la sua fama pittorica ai veristi, essi hanno avuto
la lode che meritano e probabilmente la sola che ambiscono. Cito
ancora il famoso articolo del _Petit Journal_. «_Ce ne sont pas les
ruines majestueuses de sa grandeur artistique d'autrefois que l'Italie
nous invite à contempler; c'est un art tout battant neuf, un art à la
mode, qui tient beaucoup du métier et qui a l'éclat tapageur d'une
ville de parvenu. Est-ce à dire que..._ (seguono le citazioni) _ne
soient pas des oeuvres agréables et amusantes à regarder avec leur
papillotement de couleur et l'allure affectée de leurs personnages?
Assurement non. Ces imitations de Fortuny tiendraient honorablement
leur place dans tout exposition qui ne serait pas l'exposition
italienne; mais on s'attriste de les voir, ou plutôt de ne voir
qu'elles, dans les envois de la patrie de Raphaël, de Titien et de
Veronèse_».
Lascio i veristi _sullodati_, per non guastarmi più il sangue, e parlo
ai giovani dell'avvenire. Si diano all'arte grande, se hanno cuore;
studino il vero, senza dimenticare i sommi maestri e il modo in cui
essi hanno saputo renderci il vero. Imitare per imitare, val meglio
andare in traccia dei fulgidi esemplari, per cui l'Italia ha un nome e
desta ancora tanta invidia nel mondo.
E quind'innanzi facciamo come fo io, povero profano, che oramai,
quando vorrò vedere dell'arte buona, sentire la scossa elettrica del
sublime, se sarò a Firenze andrò a Pitti, o agli Uffizii, se sarò a
Roma pellegrinerò apostolicamente fino ai Musei Vaticani, se sarò a
Parigi come ora, domanderò ospitalità in casa nostra.... al Louvre.
13:53
Scritto da: iriclo
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01/04/2010
Parlando della esposizione
Dolenti note.--La pittura italiana.--Pittura di genere, pittura
degenere--La quarta figura.--I veristi del Cinquecento.--_Vox audita
est in Rama._--Finanzieri e ciabattini.--Il fazzoletto di cotone.
Vengo alla pittura. Qui non ci batteranno, spero; ci hanno battuti,
battuti sonoramente, battuti _à plate couture_, come si dice sulla
faccia del luogo.
Parlandovi della esposizione pittorica dell'Italia, amerei farmi
intendere appuntino. Ora, per farmi intendere, debbo trovare un
paragone con qualche città secondaria; per esempio, con Genova, che
certamente non si lagnerà di essere citata dopo Parigi, per ragione
d'importanza. E tuttavia, il paragone non reggerebbe. Genova, in
alcune esposizioni della sua Società promotrice di Belle Arti, ha
avuto delle tele come la _Consolatrice degli afflitti_ di Nicolò
Barabino, come la _Morte di Alessandro de' Medici_ del Castagnola, o
del Bellucci, come il _Bernabò Visconti_ del Giannetti, e via
discorrendo. Ma lasciamo andare; poichè il paragone non m'è venuto
esatto, e a trovarne uno migliore dovrei sudarci parecchio, fate conto
che l'esposizione pittorica dell'Italia a Parigi sia una delle
migliori di Genova, ma senza Castagnola, senza Giannetti, senza
Bellucci, senza Barabino.
E adesso che vi sarete formati un'idea approssimativa della cosa,
intenderete ciò che sono per dirvi. A voler prendere questa per
un'esposizione di città provinciale italiana, dove possa anche
capitare uno straniero e derivarne qualche giudizio intorno all'arte
nostra, si può ammettere che qui ci sia molto; ma, per una esposizione
universale, a cui potevamo e dovevamo prepararci come ad una giornata
campale, decisiva, in cui potevamo e dovevamo impegnare tutto
l'esercito, la prima, la seconda linea, ed anche le riserve, c'è'
poco, anzi meno del poco.
Ora, questo pochissimo appartiene tutto alla così detta pittura di
genere, salvo due o tre quadri che appartengono alla gran pittura....
degenere. Parlo liberamente, perchè non ho peli sulla lingua; e cui
non piace mi rincari il fitto. Un valente artista italiano, che ho
incontrato l'altro dì nella sala di belle arti della Grecia (un altro
paese, che non è tornato ancora all'altezza del nome), mi diceva
pietosamente che nei quadri italiani si vede lo studio, l'indagine, la
ricerca del vero, il desiderio di trovare una strada, mentre in altre
scuole, già più avanti della nostra, si nota il periodo della
decadenza, del mestiere ben fatto, ma sempre mestiere. Non ho voluto
dirgli di no; mi sono contentato di rispondergli che le scuole di cui
parlava erano almeno rappresentate al Campo di Marte da tutti i loro
più grandi e più famosi artisti, laddove la nostra aveva il doppio
torto di non aver messo tutti i suoi in linea di battaglia. Se ciò
fosse stato fatto, chi sa? avremmo forse vinto, certamente sostenuto
l'onore della bandiera. Così come ci siamo presentati, facciamo la
quarta figura, e tutti coloro che giudicano l'arte del nostro paese
dai quadri che sono esposti nella sezione italiana, possono dire
queste due cose di noi: che nei meccanismi dell'arte siamo rimasti
indietro, e che non ci salviamo neanche per la nobiltà degli intenti.
Sento già un'aria di burrasca che consola. Ecco il paladino della
grande pittura; della pittura accademica! Sì, signori, della grande
pittura; quanto all'accademia, l'ho in un calcetto, ve la regalo, e
tanto più volentieri, immaginando che spesso vi accadrà di averne
bisogno, per correggere gli errori dei vostri occhi, quando travedono,
deturpano, assassinano il vero. Mi si dirà ancora: volete dunque e
sempre della pittura storica? Non sempre, sebbene la quantità non
guasti; domando dell'arte che miri alto, intesa a contentar l'occhio
fin che volete, ma anche a sollevare lo spirito. L'opera che non fa
pensare, è un'opera inutile.
Del resto, non volete fare della grande pittura? Non ne fate: anzi,
buttatevi tutti a imitare il Meissonier, e diventate milionarii, che
Iddio vi benedica e i mercanti di quadri vi aiutino! Sia pure arte
piccola, ma fatela bene. Diventate maestri in quell'arte
Che alluminar è chiamata a Parisi,
ma battetevi seriamente, per Dio; ma fatevi ammirare dai Filistei che
oggi comandano, col loro buon gusto, nella Terra promessa di Raffaello
e di Tiziano, del Correggio e di Leonardo da Vinci. Intanto, che cosa
vuol dire che qui a Parigi, al Campo di Marte, tutti, maestri e
dilettanti, dotti e ignoranti, _connaisseurs.... et américains_, vanno
in folla e si pigiano nella sezione austriaca? Non già nella francese,
signori, per intenerirsi coi Meissonier; non già nella spagnuola, per
sdilinquirsi nei Fortuny; nell'austriaca, proprio nell'austriaca, che
del resto ci ha poco di buono, ma che ci ha pure un quadro, un quadro
solo, un gran quadro, origine e suggello di tutta la sua straordinaria
fortuna.
Parlo di Giovanni Makart e della sua _Entrata di Carlo V in Anversa_.
Come composizione, il quadro è pieno di difetti; come fattura, manca
di originalità. Ma come tutto ciò è compensato! Come tutto ciò si
dimentica, alla vista di quella tela smisurata! L'artista ha sentito
largamente il soggetto, e questo è già un bel merito, in questi tempi
di gretteria applicata alle arti. Poi, sapete che il quadro non l'ha
dipinto lui? Vi dico una cosa strana, contro cui protesterebbe
volentieri il medesimo autore. Ma il fatto è questo, e non si muta, il
quadro gliel'hanno dipinto in due, e tutt'e due italiani, ma del buon
tempo antico, Paolo Veronese e Tiziano. Ci pensi l'autore, e finirà
col darmi ragione; dirà che non si ricorda bene, che forse dormiva,
davanti alla sua composizione abbozzata, e che quei due grandi, non
nemici suoi, certamente, hanno approfittato del buon momento, per
fargli quel tiro mancino. Benedetti i sonni di un nobile artista,
consolati da cosiffatte apparizioni! Io penso con dolore che fra
duecento e trecent'anni non si potrà dire, neanche d'un quadro
d'artista cinese, che gliel'hanno dipinto due pittori italiani,
espositori a Parigi, nella mostra universale del 1878!
Tiziano Vecellio e Paolo Veronese! Che si fa celia? Due realisti, due
naturalisti, due veristi del tempo loro; che facevano dell'arte larga,
dell'arte grandiosa; che volevano lode e fama, anche accettando le
commissioni dei potenti, e si sarebbero vergognati di fare un
quadruccio, anche quando, non che venderlo ad un borghesuccio
arricchito, dovevano regalarlo a qualche poeta di strapazzo, loro
compagno di cena.
L'arte è così; divina, o nulla. L'arte piccola confina col mestiere,
ci fa le sue scorribande, ci piglia gusto (come lo si piglia, pur
troppo, in tutte le discese!) e finisce col metterci casa. Io, per me,
non intendo l'artista altrimenti che col cuore aperto a tutti i nobili
sentimenti, l'anima a tutti gli alti concetti. Quando ama restringere
il suo orizzonte, lo stimo ancora, se è bravo; ma lo rimando al
disegno industriale, che dopo tutto ha tanto bisogno d'aiuto, per far
fruttificare un altro ramo dell'operosità nazionale.
«Una voce s'è udita in Rama; è Rachele che piange i suoi figli; e non
vuol essere consolata, imperocchè essi non sono più». Così le
Scritture. Ed io sono un po' come la biblica Rachele; piango la
grand'arte italiana, e non so consolarmi di vederla assente da Parigi.
Perchè non è venuta? È così che l'Italia ha tenuto l'invito? Mi dolgo
del fatto co' suoi pittori più famosi; ma mi dolgo sopratutto col suo
governo, accuso la trascuranza di coloro che erano al potere, quando
fu annunziata l'esposizione, indetta la gara di Parigi. Ci voleva
tanto a chiamarsi intorno una mezza dozzina dei.... non dozzinali, per
sapere se intendevano di concorrere, e all'occorrenza per incitarli a
concorrere? Si poteva, per esempio, dir loro in molta confidenza:
«lavorate per la solenne occasione: smettete i quadretti di salotto,
le pale d'altare, le medaglie a buon fresco, per una volta tanto; fate
qualche cosa di grande, che sia degno della mostra universale,
dell'Italia e di voi; se i vostri cinque o sei quadri, per la mole
loro o per la natura del soggetto, non si venderanno laggiù, penseremo
noi, penserà il paese, a cui avrete guadagnata la medaglia d'oro, e,
che più monta, assicurata la fama».
Sicuro, si poteva dir questo. Ma allora.... allora sedeva sulle cose
della pubblica istruzione un uomo.... e su quelle della finanza sedeva
un altr'uomo.... Non li nomino, perchè, in fin de' conti, non sono
essi solamente i colpevoli, e perchè troppi altri, al posto loro,
avrebbero fatto lo stesso. Che serve biasimare Tizio o Caio, quando è
tutta la scuola dei nostri uomini politici che ha mestieri di
rinnovare il suo _credo_? In materia di finanza, i nostri uomini
politici hanno un poco del ciabattino; voglio dire che adoperano
troppo la lesina, salvo a buttarla via, ed anche a rovesciare il
bischetto, in un momento di buon umore, che è per solito nella
domenica del pareggio, e dura qualche volta tutto il lunedì della
sbornia. In materia di istruzione, e per conseguenza anche d'arte, che
cosa aspettarti da loro, se non vivono d'arte e coll'arte? Questa è
libera, si capisce, e non ha più da mendicare la sua vita da un
Augusto, nè da un Leone X. Ma qui, con buona pace dei dottrinarii,
abbiamo un fatto nuovo, che non si giudica coi loro vecchi criterii.
In quella guisa che le grandi reti ferroviarie e le potenti
associazioni di credito hanno dovuto scrollare un tantino l'autorità
dell'antico aforismo economico dei fisiocratici «lasciate fare,
lasciate passare», così le grandi esposizioni internazionali mutano un
poco, per non dir molto a dirittura, le condizioni di assoluta
libertà, e di assoluta trascuranza, in cui sono lasciate le arti. Se
lo Stato provvede a spese ragguardevoli per concorrere ad una di
queste esposizioni, perchè non s'intrometterebbe anche nella bisogna
di stimolare i grandi ingegni, che in quelle mostre, in quelle gare
d'operosità, possono recare il lustro maggiore e l'aiuto più poderoso?
Torno a dirlo; i nostri uomini politici hanno torto; e certuni tra
loro, a cui giova il tenere il portafoglio dell'istruzione pubblica,
hanno torto marcio a non avere intelletto d'amore per l'arte. Capisco
che hanno da godersela coi loro provveditori e colle quistioncelle
burocratiche; una nuova classe di sventurati da aumentare e da
tormentare; gli istituti tecnici da insidiare e da digerire. Ciò basta
alla loro operosità; dopo di che, rimane appena il tempo di spiegare
un fazzoletto di cotone e soffiarcisi il naso. Ma ciò non è bello, no,
non è bello; nè il trascurar l'arte patria, nè il soffiarsi il naso
con un fazzoletto di cotone; specialmente se è giallo.
10:52
Scritto da: iriclo
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22/03/2010
Anche su questo capitolo
--No, mio signore;--rispose il duca di Francavilla;--non odiano il
mondo, a rigore di termini. Anche su questo capitolo, come su quello
delle donne, ci hanno le loro idee capricciose.--"Il mondo non è
brutto,--mi diceva per l'appunto il priore;--il crederlo tale è un
errore di coloro che hanno già la mania suicida nel sangue. Il mondo è
quello che è, un complesso di bene e di male, con sovrabbondanza di
male o di bene, secondo gli umori e la condizione di chi giudica. In
ogni sua parte, il mondo può offrire qualche allegrezza, o qualche
consolazione, come può offrirne la vita, in ogni classe sociale.
L'uomo di senno, in qualunque condizione egli sia, a qualunque classe
appartenga, misura il pro e il contro della sua partecipazione, non
già con gli occhi dell'egoista, che bada a sè, ma con quelli del
generoso, che vuol fare tutto ciò che è utile altrui. E lo fa,
all'occorrenza, non badando a speranze di premio, nè guastandosi il
sangue, se le trova fallaci; lo fa, sopratutto, perchè giova al suo
simile, e solamente nel caso in cui egli è persuaso di giovare. Tra
tutte le fatiche una sola è grave, l'inutile. E l'uomo, governandosi
in quella guisa, senza sdegno, senza debolezze, senza vani rimpianti,
cerca di mettere al sicuro la sua parte di felicità. Non vedete
Cincinnato, che coltiva i suoi campi, e prima e dopo i ripetuti onori
del consolato, della dittatura e dello interregno? Scipione Africano è
inescusabile davvero, perchè va troppo tardi a digerire nella quiete
di Literno gli amari bocconi che gli hanno fatto inghiottire i suoi
concittadini. Se ci fosse andato prima, non lo avrebbero trovato
superbo, nè arrogante, e non gli avrebbero dato del ladro, o poco
meno, come fecero, con molto accanimento, in pubblica assemblea; ed
egli, educando fiori in riva al suo lago, esule volontario e benevolo,
non sarebbe morto arrabbiato."--Così parlò, signore mie, il priore di
San Bruno, con molta bontà e senza quel tono cattedratico, che io,
compendiando le sue parole, ho dovuto dare al discorso.
--Confessi, signor duca,--osservò la sottoprefetessa,--ch'Ella è
innamorato del discorso ed anche dell'oratore.
--Sì, non lo nego, ho trovato del buono nell'uno e nell'altro. E poi,
quella cortese accoglienza del refettorio, mi ha messo di buon umore,
mi ha fatto parer grazioso, tollerabile, anche quel branco di matti.
--Saluteremo dunque un nuovo frate di San Bruno?--domandò la signora
Morselli.
--Se parla per me, non credo;--rispose il duca.--Ho ben altre idee per
il capo!
--E ben altri uffici l'aspettano nel mondo;--aggiunse gravemente il
sottoprefetto, dando un'occhiata al signor Prospero, commendatore di
là da venire.
--Non ho ambizione,--rispose modestamente il duca;--ma siccome il
mondo non mi ha fatto nulla, e non ho ragione di fuggire il bel sesso,
che mi è tanto cortese della sua attenzione in questo momento, io non
mi farò frate, lo giuro. Dico soltanto che anche lassù, per qualche
settimana, ci si potrebbe vivere. È intenzione di quei frati di avere
nel loro convento ogni cosa necessaria, ed anche molte delle
superflue, che pure aiutano tanto ad abbellire la vita e a coltivare
lo spirito. A farla breve, si foggiano un piccolo mondo nel grande, e
ci si chiudono dentro.
--E dal grande,--chiese il sottoprefetto, col suo solito acume,--non
filtrerà nulla di gramo nel piccolo?
--Sostengono di no, cavaliere mio. La loro teorica, come ho avuto
l'onore di dirle, è fondata sulla serietà della seconda vocazione.
Uomini provati alle battaglie e infastiditi dalle vanità della vita,
si ritirano al deserto, non portando altro con sè che il desiderio
della pace. Quali ambizioni minute potrebbero turbarli nel loro
ritiro, se hanno rinunziato alle grandi? L'Ariosto ha collocata la
discordia in un convento di frati. Ma questi hanno giurato di non
volercela a nessun patto. Per dare il buon esempio, il priore, a mala
pena saranno arrivati i cinque nuovi compagni che si aspettano,
convocherà il capitolo, per rassegnare la sua dignità, accettata _pro
tempore_ e nel solo intento di dare indirizzo al suo ordine.
--Ed è un bel giovane, questo priore?--domandò la signora Morselli.
--Tanto simpatico;--rispose il duca.
--E in che modo s'è ridotto lassù? Che disinganni ha potuto avere?
--Signora mia, glie l'avrei chiesto volentieri, ma ho avuto paura di
passare per un curioso. Lassù non amano i curiosi, e ho dovuto tenermi
la voglia in petto.
--E gli altri frati, come sono?
--Belli e brutti, giovani e maturi; ce n'è per tutti i gusti.
--Oh, stiano pure da sè;--gridò la signora Morselli.--Nessuna donna vorrà
piangere la loro fuga dal mondo. Quantunque,--soggiunse,--bisognerebbe
trovare il modo di farli pentire. Questo loro proponimento mi pare una
sfida bella e buona, e Lei, signor cavaliere, dovrebbe raccoglierla.
--Ci penserò;--disse il sottoprefetto, con accento solenne.--Qualche
cosa si potrà fare certamente. Perchè infine, Ella ha ragione,
signora; qui c'è un principio di mal esempio. Nessuno può sottrarsi
agli obblighi della convivenza sociale; è cànone di filosofia civile.
Siamo tutti operai, del pensiero o del braccio. Una società bene
costituita non può ammettere queste diserzioni, e un savio governo dee
volgere tutta la sua autorità a rimediarci. Questi tentativi di
ribellione alla legge morale, anche non espressamente vietati dal
codice, vogliono essere repressi, con quel diritto che emana dallo
spirito, se non dalla lettera del codice. L'uomo che si apparta è come
il lavorante che si arresta, ritardando col fatto suo il compimento
dell'opera comune. Sventura ai popoli in cui s'infiltra questo male
del ritirarsi in disparte, poichè allora la decadenza incomincia!
Abbandonare le vie del consorzio benevolo, per pochi o molti dolori
che se ne temano, è un rinunziare anticipatamente all'onore e al
frutto delle utili iniziative, in cui c'è campo per tutte le
operosità; un rinnegare la saviezza vigilante del governo, che tutto
vede, punisce e premia quando occorre, ed ha balsami anche per la
virtù male ricompensata. Questa, almeno,--conchiuse il sottoprefetto
di Castelnuovo Bedonia,--è la mia opinione.--
E si concentrò gloriosamente nel vuoto sonoro delle sue frasi,
lasciando che i suoi uditori argomentassero, da quel piccolo saggio,
con quante chiacchiere si governi il mondo.
16:20
Scritto da: iriclo
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